ACQUA ANIMA E FUOCO ( Percorsi nella memoria )

Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. È sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l’amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato.
L’India fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto. E qui sta il suo fascino.

Ogni vita è parte di un tutto.

In India questo pensiero non ha più bisogno d’essere pensato. È ormai nel comune sentire della gente. È nell’aria che si respira.
Senza difficoltà si entra in sintonia con nuovi suoni, nuove dimensioni. In India si è diversi che altrove. Si provano altre emozioni. In India si pensano altri pensieri.
Forse perché in India il tempo non è sentito come una linea retta, ma circolare, forse perché qui la realtà percepita dai sensi non è generalmente presa per vera, non è la « Realtà Ultima », l’India infonde uno stato d’animo di distacco che rende il paese così particolare e la sua realtà, a volte proprio orribile, in fondo accettabile.
Accettabile perché così è la vita: è tutto e il contrario di tutto, è stupenda e crudele. Perché la vita è anche la morte, e perché non c’è piacere senza dolore, non c’è felicità senza sofferenza.
In nessun altro posto al mondo la contrapposizione degli opposti – bellezza e mostruosità, ricchezza e povertà – è così drammatica, così sfacciata come in India.
Rosso, azzurro, oro, grigio, sono questi i colori che fanno da padroni negli scatti fotografici esposti in mostra, è dentro a queste trame di luce che si dipana il viaggio di Nicola Cariati, un viaggio che vede questa terra protagonista in ogni suo bellissimo e terribile aspetto.
Ci troviamo a Varanasi, o per chi vuole Benares, una grande e rumorosa città, simbolo importantissimo dell’universo Indu’. E’ qua che da circa quattromila anni gli indiani vengono a morire, su questi ghat.
Si narra infatti, che chi finisce qui i suoi giorni ottiene facilmente la moksha, ovvero la liberazione dal samsara, il ciclo delle nascite e delle morti.

La sera, quando il crepuscolo colora di rosa il cielo e i palazzi, i fedeli accendono i lumini e li consegnano alle acque del fiume, la Madre Gange. Ma il momento migliore per godersi la vista dei ghat è da una barca all’alba. Quando il sole inizia ad indorare la città, avvolta da una leggera foschia e migliaia di persone scendono le vecchie imponenti scalinate per prepararsi a salutare le prime luci del giorno.
La città sembra quasi un miraggio in quest’ora dove le tenebre cedono malvolentieri il passo ad un chiarore incerto e i raggi ancora pallidi, sembrano giocare con la popolazione accorsa per celebrare il sole nascente.
In pochi minuti, i ghat brulicano di vita. Qualcuno si immerge nel Gange, qualcun altro si lava i denti con le acque del fiume. C’è chi si insapona e si sciacqua chi se ne sta assorto, seduto in meditazione sulle scalinate di pietra. Altri ridono, scherzano tra loro, qualcuno litiga o saluta i barcaioli. L’atmosfera è vivace e carica di suoni.
Ma basta poco, basta spostarsi di qualche metro e ci si accorge che Varanasi è anche molto altro; a Varanasi si pratica infatti la cerimonia del fuoco, il Ganga Aarti.
Da un labirinto di vicoli oscuri e angusti, dove si riposano le onnipresenti vacche spunta la grande fornace del Manikarnika Ghat. Luogo simbolo dove su decine di pire alimentate da un fuoco che non si spegne mai, vengono bruciati i corpi dei defunti.
I parenti stanno intorno ai roghi, in mezzo ai quali si possono distinguere le forme delle spoglie umane che si consumano lentamente tra le fiamme. Il fuoco purifica, ed è questa la sorte che tocca ad ogni indù.
Tutti arrivano, avvolti in un lenzuolo, adagiati su di una barella portata a spalla da quattro uomini che avanzano marciando, con un passo cadenzato e veloce. In quest’angolo di Varanasi, tra le pire che ardono e le ampie volute di fumo denso che si alzano verso il cielo, il confine tra la vita e la morte è quasi tangibile e si può avere l’impressione di arrivare a sfiorarlo.
Qua l’atmosfera festosa trovata sulla riva del grande fiume lascia spazio a qualcosa di piu’ terribile e profondo.
Il ciclo della vita comprende tutto ciò, ogni indu’ ne è consapevole qua in India, tutto viene accettato con reverente sacralità.
Queste sono l’atmosfere afferrate negli scatti fotografici di Nicola Cariati, questo si respira osservando le immagini in mostra, tutto è silenzioso e contemporaneamente brulicante di vita, tutto è sacro e paradossalmente profano, tutto è sporco e strappato come sudicia e sradicante può essere la morte e parallelamente tutto è terso e candido come solo l’anima che sale al “Tutto” può esserlo.

Se osserviamo con attenzione possiamo ritrovare qualcosa che ci appartiene dietro a queste immagini , qualcosa che è ormai lontano nel tempo ma che comunque è presente nell’inconscio collettivo di ognuno di noi; personalmente ritrovo in quei brusii e in quei rituali certi suoni e certe memorie appartenenti alla mia infanzia, un’infanzia vissuta nel sud Italia, un’infanzia dove i rosari e la preghiera erano la quotidianità e dove ogni cosa aveva un suo significato un suo verso, una sua direzione, proprio come il grande fiume , testimone maestoso e silenzioso dello scorrere inesorabile del tempo e della vita.

«Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro non è da nessuna parte».
T. Terzani

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